Alfabeto e calligrafia

In Armenia, alfabeto è sinonimo di identità nazionale!
Proprio l’alfabeto – inventato dal santo monaco Mesrop Mashtoz, uomo di enorme cultura, abile diplomatico, segretario personale del Re Khosrov III, teologo e raffinato linguista – impedì agli armeni di essere assimilati linguisticamente e assorbiti culturalmente in uno dei forti imperi confinanti; l’alfabeto, cioè, ha notevolmente contribuito a stabilire una vera identità nazionale armena, a tutt’oggi rimasta immutata, anzi maggiormente consolidata. Prima dell’alfabeto di Mashtoz i documenti erano scritti in greco, aramaico, siriaco, persiano, con le quali lingue, comunque, l’alfabeto armeno è imparentato.

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I paleografi hanno proposto diverse interpretazioni sulle radici dell’alfabeto armeno, citando derivazioni dagli idiomi dei fenici, degli assiri e dei babilonesi, degli ittiti e dei greci; l’ipotesi più consolidata ed accettata è la derivazione di base dal greco con 24 distinti caratteri, nel loro ordine e nel loro valore fonetico. La maggiore complessità del linguaggio armeno ha richiesto ulteriori 14 lettere per rendere più completi i suoni, sicché l’alfabeto saliva a 36 (6 vocali e 30 consonanti); nei secoli successivi se ne aggiunsero altre 3 per un totale di 39 lettere.

L’alfabeto armeno rivela un complesso sistema di pensiero, con notevoli interconnessioni con la matematica, la metafisica e la filosofia. La parola armena per “alfabeto” è ayb-u-ben (Այբուբեն), e prende il nome dalle prime due lettere. È concepito come una preghiera, a cominciare da Ա – Astvats (= Dio) e terminare con Ք – Cristos (= Cristo). La prima frase scritta da Mashtoz in armeno fu: “Per conoscere la sapienza e la disciplina, per capire i detti profondi, per acquistare un’istruzione illuminata…”.
Fino all’introduzione della carta nel X secolo, la scrittura comune era fatta su pergamena. Alcuni dei manoscritti meglio conservati sono stati realizzati su pergamena di qualità eccezionale, sottile e morbida più della carta, luminosa e bianca, che permetteva all’inchiostro di mantenere la maggior parte della sua densità.

La calligrafia era una prassi ben consolidata nell’Armenia medievale e un calligrafo possedeva una gamma vasta di strumenti: i primi erano stili di metallo, sostituiti successivamente da penne di canna (le cosiddette “kalam”). Le penne d’oca sono state utilizzate molto bene e per tanto tempo, ma lo strumento perfetto divenne una sorta di penna stilografica con il serbatoio d’inchiostro, che ha reso superata ed antiquata l’azione di immergere la penna nel calamaio.

Nei primi manoscritti armeni sono stati impiegati inchiostri di color marrone, contenenti ossido di ferro, piuttosto che inchiostri indiani o cinesi neri e scuri. Centinaia erano le ricette per la preparazione chimica degli inchiostri: oltre ai componenti di base quali argilla e metallo, tuorlo d’uovo e miele, venivano utilizzati altri elementi naturali. L’acqua è stata usata esclusivamente per le miscelazioni; alla fine del processo, spesso venivano applicati sulla superficie oro, argento e cere.
In seguito, insieme ai marrone, sono stati usati più frequentemente i colori neri, rossi, verdi e blu, che divennero famosi per la loro qualità in tutta l’Europa e in Oriente.
Calligrafi arabi e monaci europei spesso utilizzarono i colori armeni, in particolare il “vordan karmir” (որդան կարմիր), conosciuto in Europa come “porphyrophora hamelii” o “rosso armeno”, e nel mondo arabo come “kirmiz”, un profondo cremisi, estratto da un insetto (pseudococcus) comune alla Valle Ararat.

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Gli esempi più belli di calligrafia armena si trovano in decine di migliaia di manoscritti che, fortunatamente, si sono conservati fino ad oggi. Come vere e proprie “opere d’arte”, tali manoscritti hanno ispirato, a diverse comunità di accademici, circostanziati approfondimenti scientifico/filosofici e sono considerati come reperti culturali di eccezionale valore estetico.

Oltre 30.000 manoscritti sono sopravvissuti alla devastazione operata sulla nazione armena da continue invasioni di arabi, mongoli e turchi ottomani. Oggi queste collezioni sono custodite presso biblioteche e musei a Vienna, Gerusalemme, Venezia (Isola di San Lazzaro), Nuova Giulfa (il quartiere armeno di Isfahan, in Iran), Parigi, Londra e Los Angeles. La più grande collezione, tuttavia, è quella ospitata Yerevan, nel Matenadaran, importantissima biblioteca/museo – dedicata a Mashtots – con più di 17.000 manoscritti.
Il più antico manoscritto completo armeno è il “Vangelo Mlkè” – redatto nell’862 – conservato a Venezia (insieme ad altri 170.000 volumi, di cui 4.500 manoscritti), presso il Monastero e Casa Madre della Congregazione Armena dei Mkhitaristi, nell’Isola di San Lazzaro.