Tradizioni e folclore

Il genocidio ha strappato agli armeni gran parte del loro Paese ed ha cancellato tutt’un insieme di usanze e di tradizioni, consolidate nei secoli: in pratica ha annientato la cultura stessa di un popolo che, improvvisamente si è trovato privo delle proprie radici in Patria e, per la diaspora, in nazioni anche ospitali, ma pur sempre straniere. Fortunatamente qualcuno è riuscito, nonostante tutto a raccogliere notizie e informazioni, sicché alcune tradizioni si sono salvate dall’oblio.

Tra le tradizioni molto antiche c’è quella che dà conto della signorile cultura dell’accoglienza degli Armeni. Tale usanza vuole che il visitatore si riceva con il pane e il sale.
Un’altra delle tradizioni che affondano le radici nel tempo remoto è la festa della Candelora, che ricorda la presentazione di Gesù al tempio, quaranta giorni dopo il Natale. Nel buio dell’inverno, è celebrata una messa nel corso della quale vengono benedetti i ceri ed i falò che si fanno ardere all’esterno della chiesa. Dal fuoco santificato si usa accendere delle candele da portare a coloro che si sono sposati nell’anno precedente ed ai fidanzati, affinché le coppie vi saltino sopra per liberarsi degli spiriti maligni.

Uno degli aspetti più intriganti e più ricchi delle tradizioni armene è senza altro quello che concerne il matrimonio e le cerimonie che lo precedevano e lo seguivano. Innanzitutto il fidanzamento, che aveva una sua ben precisa caratteristica e seguiva tradizioni rinsaldate nel tempo. La madre dello sposo passava al setaccio le candidate, appurava con abili manovre che la futura fidanzata e sposa non avesse difetti fisici e che provenisse da famiglia irreprensibile.

Con molto tatto e discrezione si cercava di capire se la famiglia della candidata fosse favorevole e nel caso positivo si avanzava la richiesta ufficiale che veniva rivolta – non dall’aspirante fidanzato, né dal di lui padre, come si potrebbe pensare – dal prete, che per conto del ragazzo ne chiedeva la mano. Dopo qualche studiata riflessione la famiglia della sposa faceva pervenire la risposta affermativa e si giungeva alla “cerimonia della promessa”: i giovani si vedevano per la prima volta (se già da prima non si fossero conosciuti) alla presenza dei parenti e del parroco (che rivolgeva loro un breve discorso) e si provvedeva allo scambio di doni, gioielli, dolci.
Una quindicina di giorni dopo la “cerimonia della promessa”, aveva luogo quella del “fidanzamento”, durante la quale venivano benedetti gli anelli ed ai fidanzati si richiedeva la formulazione di alcune specifiche preghiere. Nel corso della festa, alla quale veniva assicurato il conseguente sfarzo, i fidanzati si ritiravano, con quattro giovani, nella stanza della sposa e si scambiavano ulteriori, preziosi doni. Quindi seguiva la festa con corteo, canti, balli, brindisi, risate, prelibatezze, dolci.

Qualche giorno prima di quello fissato per lo sposalizio, i genitori della sposa invitavano a casa il parroco, che arrivava recando con sé il nulla-osta per il matrimonio e divulgava le regole della celebrazione. Questa visita del parroco veniva denominata “Avvisate” e dopo di essa i fidanzati non potevano più incontrarsi.

Nelle sere precedenti il matrimonio venivano ingaggiate delle orchestrine, che, suonando alla soglia della casa della sposa, accoglievano gli ospiti per la relativa festa: si approntava la cosiddetta “Tavola di Bacco”, con leccornie varie, frutta e cibi diversi, vino ed anice in abbondanza. A festa inoltrata c’era il cosiddetto “arrivo dei consuoceri” e alcuni amici dello sposo portavano l’alcanna (la radice di un’erba detta anche henné, con la quale si colorano i capelli di rosso) per la relativa struggente cerimonia, chiamata appunto “canto dell’alcanna”, che costituiva l’addio della sposa ai suoi genitori. Il tutto si svolgeva tra canti festosi e le più belle danze tradizionali.

I festeggiamenti proseguivano fino al mezzogiorno successivo quando veniva preparato ed offerto un ricco pranzo, al termine del quale aveva luogo la cosiddetta “Benedizione delle vesti” da parte del parroco: un barbiere radeva pubblicamente lo sposo che era successivamente guidato in una stanza per la vestizione con gli indumenti da cerimonia, esclusi giacca e panciotto, che venivano benedetti dal parroco insieme ai vestiti ed allo spadino del compare d’anello, mentre si ripeteva la formula: “Dio si congratuli!”

Più tardi, seguendo le tradizioni, si svolgeva la “grande visita ai consuoceri”, per cui quasi tutti i parenti dello sposo in corteo, preceduti dalla musica, si recavano per la seconda volta a casa della sposa, a portarle il vestito, che lei indossava con l’aiuto delle proprie sorelle (o parenti femmine coetanee della sposa).

Successivamente si svolgeva la cerimonia chiamata “presa della sposa”.
Il padrino, la madrina e lo sposo, a cavallo di bei destrieri, si recavano dalla sposa, ma trovavano la porta chiusa, poiché da dentro i genitori non li lasciavano entrare, per far capire che la loro figlia era un membro importante della loro famiglia. Lo sposo ed il suo corteo sostavano davanti alla porta chiusa, mentre l’orchestra suonava ed essi intonavano il canto della “presa della sposa”.

Da dentro rispondevano che avevano bussato ad una porta sbagliata e che non avrebbero dato la figlia in cambio di niente. Al che il padrino prometteva una brocca di vino ed un pranzo ai cosiddetti “fratelli della sposa” (parenti maschi coetanei della sposa), i quali aprivano la porta e li facevano entrare.

Le formali resistenze dei parenti non potevano, però, durare a lungo, perciò veniva aperta la porta della stanza e la sposa ne usciva e dopo aver baciato ed abbracciato i genitori, si accomiatava definitivamente da essi e, con l’aiuto dei “fratelli della sposa” saliva su un cavallo appositamente bardato che la conduceva in chiesa per la cerimonia vera e propria.

Al termine di questa, la sposa veniva condotta a casa dello sposo, accompagnata dai musicanti ed al canto dell’inno “Mattino di luce” di San Nerses Shnorhalì. “Al mattino, dinanzi alla luce / Ho ammirato i tuoi capelli dorati / Non resisto ai tuoi vezzi / Ah mia impareggiabile bella / Non c’è una bella simile a te”. Tali erano le tradizioni in occasione dei matrimoni.

Per la nascita dei figli, la futura madre si preparava al parto con l’assistenza della suocera. Nella stanza ove avveniva il parto era vietato l’ingresso al futuro padre che, nel caso non vi fosse una stanza da adibire alla partoriente, doveva uscire di casa. Secondo le tradizioni, se il neonato era maschio, subito veniva uccisa una pecora ed organizzato un banchetto. Nel caso di una femmina non si faceva festa alcuna.

Appena dopo la nascita il bambino veniva lavato, cosparso di sale e, avvolto strettamente nei pannolini, sistemato nel letto, accanto alla madre, alla quale si faceva assaggiare burro con miele, mentre, per allontanare il malocchio, venivano gettati degli aghi in un recipiente d’acqua che la partoriente successivamente beveva.

Due giorni dopo la nascita parenti e amici portavano in regalo focacce, polli lessi, miele, zucchero ed indumenti per il neonato. Per i primi quaranta giorni, affinché il bimbo non si ammalasse, i suoi indumenti, dopo essere stati lavati, venivano asciugati in casa e non al sole. Dopo otto giorni il neonato per la prima volta era posto nella culla e, per assorbire l’umidità, sotto i pannolini si metteva della terra passata al setaccio e riscaldata al sole o sul fuoco. Ogni volta che il neonato veniva cambiato, nella culla veniva rimossa e mutata la terra. Nella culla, o sotto il cuscino, veniva nascosto uno spiedo “per tenere lontano il diavolo”.

Per rispetto alle tradizioni, il nome del bambino era stabilito e dettato dal maschio più anziano, il patriarca, della famiglia, che, immancabilmente, imponeva il nome di un defunto, per ricordarlo meglio. Egli fissava anche la data del battesimo che, di solito, si somministrava quando il neonato aveva compiuto quaranta giorni.

Veniva condotto in chiesa dal padrino e dalla madrina e poi riaccompagnato a casa dov’era atteso dai genitori e dai parenti. Il bimbo veniva posto in braccio alla nonna paterna e cominciavano le formule di augurio dei convenuti: “Che la vostra casa rimanga viva e fiorita”, “Che si riempia di nipoti e pronipoti”, “Che nei giorni della vecchiaia possiate appoggiarvi a mille bastoni (nipoti)”; ed alla puerpera “Che ti si possa vedere molte volte su questo letto (a partorire)”; sul letto della neomamma erano posati i regali, come pure lo scialle in cui era stato avvolto il neonato e sul quale erano state cucite delle monete d’oro.

Tre giorni dopo si svolgeva la cerimonia della “rimozione dell’acqua del crisma”, cioè dell’olio benedetto con il quale subito dopo il battesimo, era stato cresimato e, successivamente, il bimbo veniva avvolto nei suoi indumenti e, fatto rotolare per terra ponendogli accanto, se maschio, un pezzo di pane, un libro, una penna ed un calamaio; quindi veniva pronunciata la formula augurale “Che tu sia un profondo lettore; che schizzi fuoco dalla tua penna; che tu abbia il timore di Dio e che tu possa guadagnarti facilmente il pane; nel caso che, invece, si trattasse di una bambina, le venivano messi vicino un pezzo di pane e di cotone, delle monete d’oro e delle perle e veniva pronunciata la formula “Che tu possa nuotare nell’oro e nelle perle; che tu sia bianca e pulita come il cotone e tu sappia amministrare il tuo pane”. Queste le belle tradizioni armene!

L’Armenia possiede un folklore estremamente ricco e tanti balli quante sono le regioni. Molte persone percepiscono qualcosa di speciale nelle danze e nei ritmi degli Armeni: la fierezza, la passione, l’eloquenza, la signorilità s’incarnano nelle loro danze e costituiscono una parte inscindibile della vita sociale e culturale di questo popolo.
Grazie alla danza popolare è oggi possibile respirare un’atmosfera un po’ “magica”, che lega persone di età, professione, interessi e culture diverse. La conoscenza della danza e del folclore dei popoli ci rende più aperti e disponibili al contatto umano e più vicini alle nostre radici personali. La danza è nata come rito, per esigenze di coesione, per celebrare gli eventi della vita, è gioco, espressione di sé stessi, voglia di comunicare col proprio corpo, di divertirsi, di star bene.

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Le danze popolari armene si eseguono in semicerchio e il primo della fila (che di solito è un maschio, anche nelle danze miste, chiamato “parapet”, cioè capo danza), con un fazzolettino bianco nella mano destra, segnala il cambiamento dei passi, ogni volta che la musica cambia il ritmo del tempo.

Il “kocari” è l’antica danza nazionale, tipicamente maschile, fitta di molteplici varianti di passi, che veniva eseguita nei villaggi per dare il benvenuto alle carovane dei mercanti: braccia tese in basso con le dita delle mani intrecciate, oppure braccia incrociate dietro la schiena, a formare il disegno di una croce; “kokh” che in armeno significa “ariete” (animale mitologico), veniva rappresentato in maniera abbastanza vicina alla realtà proprio con i movimenti di questa danza.

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Attualmente, nelle feste popolari si balla il “kocari” anche in forma mista (maschi e femmine).
Lo “shalakho” è un cortese omaggio dei giovani maschi alla bellezza femminile. Si tratta di una danza, ballata a coppie, originaria del Artsakh (Nagorno Karabakh), eseguita in modo molto raffinato e con ritmo abbastanza veloce, come è costume del popolo di questa regione famosa in tutto il mondo per classe, eleganza, cultura. I movimenti di scatto delle mani e spalle, sono tipici dei balli di quest’area dell’Armenia.

Nelle danze in coppia, solitamente non esiste contatto fisico tra maschi e femmine. Solo verso il secolo XVIII, in qualche danza “di corte” si eseguivano danze con contatto fisico, ma poi, con l’andare del tempo, sparirono dal repertorio delle danze popolari.

La musica folcloristica è ancora molto viva in Armenia e nei luoghi della diaspora. Nella sua forma più autentica e genuina appartiene alla musica di tradizione mediorientale. È monofonica (senza accompagnamento armonico) e solitamente accompagnata da strumenti a percussione. Gli strumenti musicali più popolari e comunemente suonati sono il duduk, la zurna, il dhol.

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Nessun altro strumento musicale è in grado di rappresentare le emozioni del popolo armeno, come il duduk, o dziranapogh (“flauto albicocca”). Nato nei primi secoli della storia armena (ci sono prove del suo uso già milleduecento anni prima dell’era cristiana), è uno strumento relativamente semplice, ma con una doppia ancia che lo rende difficile da suonare: ha un timbro morbido e denso di colore, inimitabile e unico; un famoso etno-musicologo, J. McCollum, afferma che il duduk è “l’unico vero strumento armeno che è sopravvissuto lungo la storia e ciò ne fa un simbolo dell’identità nazionale armena”. La più importante caratteristica del duduk è la sua duttilità, flessibilità, docilità, a far sì che si possa esprimere la dialettica e l’umore della lingua armena, il che rappresenta spesso la sfida principale di un suonatore di duduk.